III. COREA DEL SUD

DIARIO DI VIAGGIO III. COREA DEL SUD 

MAGGIO 2023

2 SETTIMANE 






Riso. 
Ecco, se dovessi riassumere con una parola l'inizio e il leitmotiv di questo viaggio in Corea del Sud, direi riso. 

E' iniziato sull'aereo, dove in 12 ore ci hanno servito tre pasti e uno snack, tutto a base di riso e nelle due ore e quaranta seguenti un altro pasto sempre a base, ovviamente, di riso. 
Ma non è finita perché in 14 giorni in questa penisola orientale la costante erano sempre questi triangolini di riso del banco frigo, avvolti nell'alga verde scuro e riempiti di varie cose - i kimbap o samgak - a colazione, pranzo e cena. 

L'altro leitmotiv è stato: - voglio mangiare il pesce palla!
David era certo certissimo di volerlo provare, io un po' meno di voler tornare con la sua salma in Italia. La possibilità che sia velenoso dopo la preparazione è remota, ma mai impossibile. 



I. CRIOGENIA APPLICATA 


Il jet lag si fa sentire. 
Partiamo alle 11.30 dall'Italia, arriviamo 12 ore dopo a quelle che sarebbero le nostre 11.30 di sera, ma che di fatto sono le 7 circa a Taiwan.
Siamo sconvolti, mi lavo i denti nel bagno dell'aeroporto.
Ripartiamo per altre 2 ore e 40 di magia, per arrivare a Seoul alle 11.30 di mattina.
Ho perso il conto dei fusi orari. 

Prendiamo il treno, poi la metro, arriviamo nel quartiere dell'hotel, il sole picchia ferocemente. 
27 gradi. Sudo. 
La sensazione di entrare in un aereo e restarci per molto tempo, e poi uscire e confrontarsi con un clima diverso è unica. E' come se fossi stata in criogenia per due giorni. 
Il sole schiaffeggia la pelle ancora fredda, ed è come se mi riportasse alla vita, ma troppo in fretta. 

Dopo una doccia, ci cambiamo ed esploriamo il quartiere di Myeongdong, dove c'è un mercato notturno di cibo molto conosciuto. 




Mangiamo. Camminiamo. Seguiamo il flusso di persone. 
Voglio adattarmi al ritmo della gente del posto, fluire nella folla allo stesso passo per non intralciare.
E poi voglio andare a dormire. 
Non troppo presto, in realtà. Accusiamo il jet leg, vado a dormire presto ma non prendo sonno, mi addormento solo alle due, e così rimarrà per una settimana. 



II. IL SUONO DEL SILENZIO 


La Corea la chiamano "il piccolo Giappone", e se io fossi la Corea un po' mi arrabbierei. 

Visitiamo il palazzo reale (Gyeongbokgung) e i suoi giardini, e all'interno di un complesso di edifici tradizionali è possibile vedere tanti visitatori indossare i vestiti tipici coreani, gli hanbok. 






La giornata è bella, c'è il sole, tutto è verde. 
Ce la prendiamo comoda. Camminiamo lenti, ci guardiamo intorno, ci sediamo spesso e non perché siamo stanchi. Il posto è davvero bello. 
Da lontano arriva una percezione attenuata della città. Non c'è molto traffico, nessun suono di clacson, quasi nessuna voce. E' tutto tranquillo.
Cominciamo a notare e ad inseguire questa tranquillità e questo silenzio. 
Visitiamo un Hanok village - un villaggio tradizionale - e il tempio di Jogyesa.




E' un'occasione speciale, il compleanno di Buddha.
Le persone comprano una lanterna, scrivono il loro desiderio, lo lasciano nel cortile del tempio a creare una specie di tetto  di carta colorato. 
Alcuni pregano nel tempio, vado anche io.
Mi spiace ma non sento la spiritualità, avrei voluto però. 



Visitiamo, camminiamo. 
I quartieri, la città tutta, hanno un filo conduttore che è quello che inseguiamo. 
Il silenzio. 
Per essere una metropoli è incredibilmente silenziosa e tranquilla. I vicoletti sono puliti, stretti, colorati. Le persone parlano a bassa voce.
Un giorno, nel pomeriggio, improvvisamente piove, ma è quella pioggia estiva leggera e senza vento.
Smette subito. 
Dai tetti neri le ultime gocce cadono con un ritmo flemmatico sulle strade bagnate.
La sensazione è di trovarsi fuori dal tempo, fuori dal mondo.



III. IN CIMA AL MONDO. RISAIE, BOSCHI, RANE E ALTRE STORIE 


Lasciamo Seoul in una mattina normale. 
Niente da dichiarare. 
La macchina che affittiamo è la classica berlina che immaginiamo su una strada asiatica. Nera, lunga, pulita e moderna. 
Le strade sono scorrevoli e tutti guidano bene. 
Qualche perplessità con il casello coreano la abbiamo avuta. Troppe corsie di colore diverso, troppi cartelli senza immagini ma anche questa l'abbiamo superata. 
Lasciamo l'autostrada e ci iniziamo ad inerpicare su per una montagna mentre la radio suona musica brasiliana.
Tutto è verde, calmo, imperturbabile. 
Parcheggiamo, iniziamo a salire. Siamo al Tempio di Guinsa. 





Non c'è una sola costruzione, ma è un complesso di edifici rossi sparsi qui e là sulla montagna.
Ci sono lanterne anche qui, e alcuni pellegrini. Una fontana con acqua fresca e un cucchiaio di legno per berla.
Scalini. Molti. 
Arriviamo in cima. 
Siamo sul tetto del mondo. Intorno a noi solo cielo e la vista delle montagne. 










In cima ci sono altre lanterne dei desideri che sventolano ovunque, questa volta a forma di gallina,  statue raffiguranti i 12 animali dello zodiaco cinese e un ascensore che non avevamo visto durante la salita. 
Ci appare come il tempio più autentico visitato finora. 
I pellegrini che vengono qui lo fanno per una vera ragione, alcuni restano anche per una o più notti per aiutare i monaci per l'evento.
Non ci sono turisti occidentali tranne noi. Non ci sono turisti in generale, a dire il vero. 

Andiamo via con una bella emozione. 
Guidiamo attraverso le risaie al tramonto, entriamo in un bosco dalla strada dissestata.
- Ma come può non esserci un'alternativa migliore di questa strada? - chiede David,
Waze non funziona in Corea, usiamo un misto di Google Maps e il navigatore coreano Naver.
Il tragitto nel bosco dura una mezzoretta. 
Mi piacciono i boschi. 
David è meno felice, e quando ne usciamo tira un respiro di sollievo. 
Arriviamo a Bonghwa. 



Dormiamo in una casa tradizionale, in un villaggio tradizionale. 
Bonghwa infatti è formata da una parte "moderna", con bassi edifici su un fiumiciattolo e una parte tradizionale, dove dormiamo.
Ci sono alcuni coreani che passano dei giorni qui per fare passeggiate e rilassarsi. 
Quando li incontriamo per le stradine che costeggiano il villaggio ci salutano con un cenno del capo e un sorriso.

Andiamo in paese per la cena. 
Ci sono forse due ristoranti, David entra a gamba tesa, io sono vagamente preoccupata. 
Il locale è piccolo e molto caldo. 
Il proprietario lavora lì, guarda attento la sala. 
C'è solo un altro tavolo di coreani che mangiano.
Nessuno parla inglese, il menù è in coreano e non sappiamo cosa stiamo ordinando. 



Del cibo che arriva sappiamo solo che quello nella pentola è riso,  nei piattini ci sono le verdure e che tutto quello che è rosso è piccante. 
Sono arrivati anche due pesci interi fritti, che David ha mangiato entrambi. 
Il proprietario del locale ci ha fatto vedere come mangiare il riso, che si trova in una pentola riscaldata.
Spoiler: bisogna raschiare il fondo altrimenti siamo maleducati. 

Torniamo. 
Passiamo vicino allo stagno del villaggio e David ferma la macchina. 
- che c'è? - chiedo io
- Abbassa il finestrino
Io penso mi voglia far respirare l'aria fresca, lo fa spesso quando sente un buon odore. Invece appena abbasso il finestrino mi colpisce il gracidare di 1000 rane nello stagno, mai sentite così tante, così forti. 
- Tante rane, tante zanzare - sentenzia David
Ci addormentiamo con il gracidio delle rane in lontananza, sono andate avanti tutta la notte. 

La mattina ci svegliamo presto. 
David va in esplorazione del giardino sul retro, fa un video bellissimo dell'alba sui tetti di Bonghwa mentre gli uccelli si svegliano. 
Non si sente nient'altro. 
La signora della casa ci porta la colazione sul portico.





Due ravioli di carne, mezza mela, mezza arancia e un bicchiere di caffè. 
Spartano.
Prima di lasciare Bonghwa facciamo una passeggiata. Siamo restii ad andare via, è il posto più bello dove siamo stati. 



Ma il tempo è giunto. 
Andiamo verso sud. 




IV. BUSAN E I SUOI MILLE PEDAGGI




 Il grigio e il blu si sostituiscono al verde.
Arriviamo a Busan, una grande città nel sud, dove nella strada principale ci sono i festeggiamenti per il compleanno di Buddha con parate e bande e colori.
Mangiamo cibo indiano e per una sera il riso va nel dimenticatoio.
Il nostro quartiere a Busan è carino. C'è un 7 eleven, la via dei negozi e un piccolo parco sopraelevato.

Ma se vogliamo esplorare la città dobbiamo prendere la macchina e ogni volta che cambiamo quartiere dobbiamo pagare un pedaggio. 
Niente di assurdo, ma è costante e un po' dà fastidio. 



C'è una temperatura piacevole, facciamo una passeggiata in spiaggia e andiamo a visitare un tempio dall'altra parte della città. 
I turisti sono tantissimi, quasi non si cammina. 
Si possono comprare delle tegole nere su cui scrivere i propri desideri, come fosse una lanterna. 
E poi si può lanciare una monetina nella fontana e se fai centro non so esattamente cosa succeda, tutti ti applaudono, possibilmente il tuo desiderio si realizzerà,  ma se non lo fai le statue ti scherniscono.




Rimaniamo tre giorni, di cui uno piove incessantemente. 
Andiamo al Gancheon village, un quartiere su una collina, completamente dipinto per renderlo interessante ma secondo me sarebbe stato più autentico prima. 
E' stato bello camminare sotto la pioggia, abbiamo comprato alcuni ricordini ai negozietti qui e là. 
Esprimiamo subito il nostro parere su Busan. 
Tornando indietro non le dedicheremmo tre giorni, ma solo uno. 
E' una città che ci ha lasciato poco, anche se pur sempre interessante.
Ripartiamo una mattina di sole per Jeonju.
Chiudiamo la ciambella e poi torniamo a Seoul.









V. ON THE ROAD 


Cominciamo ad essere stanchi. 
Io ancora vado a dormire non prima delle due di notte. Questo Jet leg mi distrugge, eppure è passata quasi più di una settimana. 
David non ha problemi, non so come faccia. 
Tornando a Seoul ci fermiamo a Jeonju, un villaggio tradizionale finto. 
Forse sarà un'opinione impopolare, ma comparato con Bonghwa, in cui le persone effettivamente vivono. questo Jeonju non è un villaggio reale. 
Le persone sono andate via, resta il turismo, e la sera, quando i lavoratori vanno via, tutto chiude ed è molto triste. 





Perciò ripartiamo felici per Seoul, e prima di riconsegnare la macchina facciamo tappa alla famosa Starfield library, una biblioteca bellissima in un centro commerciale di Seoul. 




 

VI. 

Chiudiamo il cerchio a Seoul in due giorni. 
Durante il primo è rimasto da vedere il fiume e la vita che scorre con lui. 
E' suonata poetica non volendo.
Ciò che realmente volevo dire è che a Seoul c'è un fiume in centro, ed è così bello, e fresco, che i cittadini vanno lì per tutto: per mangiare, parlare, camminare, ci portano i figli. 
Tutto. 
Andiamo anche noi e facciamo due passi. 



Poi assistiamo ad una cerimonia tipica e molto interessante, e tutto per caso. 




Infine, l'ultimo giorno, andiamo al Secret Garden, un magnifico giardino curatissimo in stile coreano. 



Siamo felici di ciò che abbiamo visto, soddisfatti di lasciare la Corea con questo ultimo, meraviglioso ricordo. Ma siamo comunque contenti di tornare a casa, le due settimane si stanno facendo sentire e ho voglia di mangiare qualcosa di diverso dal riso e di dormire nel mio letto. 
Per il riso ci sarà da attendere ancora un po', infatti il giorno della partenza ci aspetta di nuovo il riso per colazione comprato nel 7 eleven, e diversi pasti sulla China Airlines a base anch'essi di riso. 
Ma va bene così. 
Corea, nonostante tutto il riso, ti abbiamo adorata. 
XOXO


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IL MIO ITINERARIO

GIORNO 1. Seoul, arrivo. Sistemazione in albergo, giro notturno al mercato. 
GIORNO 2. Visita al palazzo reale (Gyeongbokgung) e i suoi giardini
GIORNO3. tempio di Jogyesa, villaggio tradizionale, quartieri adiacenti al tempio (Gwanhun-dong). 
GIORNO 4. tempio di Guinsa, Bongwha.
GIORNO 5/6/7. Busan. 
GIORNO 8. Jeonju.
GIORNO 9. Starfield library e Seoul.
GIORNO 10.Seoul.
GIORNO 11. Seoul, giardino segreto.
GIORNO 12. Seoul.
GIORNO 13. Partenza.  



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